John Priest, il fuochista inaffondabile del Titanic

Il Titanic è stato celebrato come la nave più grande, più sicura e più all’avanguardia della sua epoca, ma è stato un umile fuochista della sala caldaie a meritare davvero l’appellativo di “inaffondabile”. John Priest sopravvisse a non meno di quattro navi che andarono a fondo, tra cui il Titanic e la sua nave gemella il Britannic.

John Priest era uno degli oltre 150 fuochisti, il cui compito era quello di alimentare le 29 colossali caldaie del Titanic, giorno e notte, per l’intero viaggio.

Aveva lavorato tutta la vita come membro della cosiddetta “banda nera”, nota anche come “brigata dei piedi neri”, lavorando nelle stive e nei locali caldaie delle navi a vapore a carbone. Era un lavoro massacrante, spesso svolto a torso nudo a causa del forte calore emanato dalle fornaci.

Anche in una nave all’avanguardia come il Titanic, il lavoro veniva svolto dalla sola forza delle braccia. Erano necessarie più di 600 tonnellate di carbone al giorno per spingere, attraverso l’oceano, quella che allora era la nave più grande del mondo. I “trimmer” trasportavano il carbone dai bunker ai fuochisti che si occupavano della manutenzione delle fornaci. Entrambi i lavori erano relativamente qualificati: i trimmer dovevano garantire che il peso del carbone fosse distribuito in modo uniforme per mantenere la nave in equilibrio, mentre i fuochisti dovevano immettere la giusta quantità di carbone nelle fornaci per mantenere la nave alla velocità richiesta.

Con lo sciopero del carbone del 1912, le “bande nere” furono colpite duramente, poiché le navi rimasero in porto e gli uomini furono licenziati. Priest fu uno dei pochi fortunati a trovare lavoro sul Titanic mentre la nave si preparava al suo viaggio inaugurale attraverso l’Atlantico, forse perché aveva già prestato servizio sulla nave gemella del Titanic, l’Olympic, la quale ebbe una collisione con l’incrociatore della Royal Navy HMS Hawke nel 1911.

L’incidente dell’Olympic non è stato il primo evento sfortunato di Priest. In precedenza aveva lavorato a bordo di una nave chiamata Asturias che era stata gravemente danneggiata da una collisione durante il suo viaggio inaugurale. Ma questa era un’epoca in cui gli incidenti e gli affondamenti avvenivano di frequente.

Nonostante ciò, il resto della sua carriera in mare sarà una straordinaria storia di sopravvivenza contro le probabilità. Negli anni a venire avrebbe affermato che gli uomini si rifiutavano di navigare con lui perché portava sfortuna. È difficile non capire il loro punto di vista.

Dalle fornaci all’acqua gelida

Quando il Titanic urtò un iceberg poco prima della mezzanotte di domenica 14 aprile 1912, molti dei passeggeri e dell’equipaggio non si accorsero di nulla finché i motori non si fermarono. Priest era fuori servizio e stava riposando tra un turno e l’altro.

Le probabilità di sopravvivenza erano alte per la sua mole fisica e posizione sociale all’interno della nave. Il percorso verso il ponte portò lui e gli altri membri della banda nera ad attraversare un labirinto di passerelle e corridoi prima di poter raggiungere il ponte. Quando emersero nell’aria gelida della notte, la maggior parte delle scialuppe era già stata calata.

I fuochisti che sono sopravvissuti – 44 in tutto – hanno nuotato per salvarsi la vita in un’acqua appena superiore al punto di congelamento, indossando solo i pantaloncini e i gilet con cui lavoravano. Non c’è da stupirsi se Priest abbia sofferto di congelamento.

Un altro sopravvissuto, una vedetta di nome Archie Jewell, scrisse alla sorella descrivendo il momento in cui il Titanic affondò.

“Non dimenticherò mai la vista di quella bella e grande nave che affondava e il terribile grido delle persone in acqua che si sentivano morire una ad una. Non posso fare a meno di piangere quando ci penso”.

La “Grande Guerra”

Quando nel 1914 scoppiò la Prima Guerra Mondiale, le navi mercantili e i loro equipaggi furono coinvolti allo sforzo bellico per servire nei convogli e come navi ospedale. Nel 1915, la Germania aveva inviato la sua flotta di U-Boot nel tentativo di bloccare le linee di rifornimento della Gran Bretagna. Il tributo della flotta mercantile fu enorme.

Priest fu tra coloro che andarono in guerra, prestando servizio a bordo della nave mercantile armata Alcantara. Nel febbraio 1916, l’Alcantara intercettò l’incursore tedesco Grief, camuffato da nave norvegese. Mentre l’Alcantara si avvicinava, Grief aprì il fuoco. Ci fu una breve e feroce battaglia a distanza ravvicinata, al termine della quale entrambe le navi affondarono.

Più di 70 compagni di Priest furono uccisi e lui riuscì a salvarsi solo per un pelo, riportando ferite da schegge.

Quando salì nuovamente su una nave, lo fece a bordo del Britannic, l’altra gemella del Titanic, ancora più grande, che fungeva da nave ospedale per il trasporto di soldati feriti in Gran Bretagna attraverso il Mediterraneo. Essendo già sopravvissuto a una collisione sull’Olympic e alla perdita del Titanic, deve essere stato difficile pensare di navigare sulla terza nave della celebre White Star Liners che aveva avuto già due sventure.

Insieme a Priest a bordo c’erano altri due sopravvissuti del Titanic: Archie Jewell, la vedetta, e Violet Jessop, una hostess della White Star che ora prestava servizio come infermiera.

Se Priest provava un minimo di nervosismo, non aveva tutti i torti. Il 21 novembre 1916, infatti, la grande nave colpì una mina e affondò nei pressi dell’isola greca di Kea. Ancora una volta si salvò dalla nave che affondava.

In verità, la maggior parte dell’equipaggio della nave fu evacuata in sicurezza, ma due delle scialuppe di salvataggio furono calate in mare troppo presto e furono risucchiate dalle eliche ancora in movimento della nave, uccidendo 30 uomini. Tra coloro che furono trascinati nelle pale c’era anche Archie, che in qualche modo sopravvisse.

In una lettera alle sorelle descrisse la sua fuga:

“...la maggior parte di noi si è tuffata in acqua, ma non è servito a nulla, siamo stati risucchiati sotto le pale… Ho chiuso gli occhi e ho detto addio a questo mondo. Sono stato colpito da qualcosa e sono stato trascinato proprio sotto le pale…. giravo come una trottola… Mi sono ritrovato sotto alcuni rottami…. tutto stava diventando buio per me, mentre qualcuno sopra si dimenava e spingeva via i rottami, sono riuscito a risalire giusto in tempo, ero quasi spacciato… C’era un poveretto che stava annegando e mi ha afferrato, ma ho dovuto scrollarlo di dosso e il poveretto è andato giù“.

Anche Violet rischiò di essere trascinata dalle eliche. Si tuffò e fu risucchiata sotto, battendo la testa sulla chiglia. Fu salvata da un’altra scialuppa.

Dopo il Britannic, Priest riuscì a salvarsi un’ultima volta da una nave che stava affondando. Il 17 aprile 1917, salì a bordo, sempre come fuochista, sulla nave ospedale Donegal che fu silurata e affondata nel Canale della Manica. Si procurò una ferita alla testa che non gli permise più di prestare servizio durante la Prima Guerra Mondiale. Il collega Jewell, sopravvissuto al Titanic e al Britannic, invece non riuscì a salvarsi. Era tra i 40 uomini che affondarono con la nave.

“Inaffondabile”

Quella di Priest è una storia incredibile di resistenza umana. Ha lavorato per tutta la vita in condizioni disumani nel ventre di una nave, dove incendi ed esplosioni erano all’ordine del giorno. Spesso si trovava nella parte peggiore della nave da cui fuggire, eppure è sopravvissuto a una sorprendente serie di siluri, mine, iceberg e collisioni per vivere il resto dei suoi giorni raccontando storie nei pub di Southampton.

Morì nel 1937, sulla terraferma.

In verità, il termine “inaffondabile” si adattava molto meglio a lui che al possente Titanic.

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