Rhoda Mary ‘Rosa’ Abbott

La signora Stanton Abbott Rhoda, 35 anni, di Providence, Rhode Island, era la moglie di Stanton Abbott, un ex campione dei pesi medi d’Inghilterra, ma si era separata da lui all’inizio del 1911.

Era di media statura aveva una carnagione scura e capelli lunghi e neri. La signora Abbott Rhoda usò il suo talento di sarta per sostenere i suoi giovani figli Rossmore (16 anni) ed Eugene (13 anni) ma all’inizio del 1911 decise che la vita sarebbe stata più facile se fosse tornata a vivere dalla madre a St. Albans, in Inghilterra. Così lei ei suoi ragazzi fecero il viaggio in Inghilterra a bordo dell’Olympic .

Ma una volta riunitesi con la famiglia, i ragazzi si trovarono a disagio tra estranei e sentirono subito la nostalgia di casa.
Fu evidente che i ragazzi non si stavano adattando alla nuova vita e Rhoda, per il loro bene, decise quindi di tornare a Providence.

Il destino ti mette in mezzo

Nell’aprile del 1912 prenotò il viaggio di ritorno in America con i ragazzi ansiosi di tornare alla loro casa familiare e fu entusiasta quando la sua sistemazione fu cambiata, a causa dello sciopero nazionale del carbone in Inghilterra, da un transatlantico più vecchio e più piccolo al magnifico e gigantesco Titanic che veniva definito “la nave più lussuosa mai allestita” . La famiglia viaggiò fino a Southampton in treno e salì a bordo del favoloso Titanic la mattina presto del giorno della partenza, il 10 aprile 1912.

Dopo l’imbarco, Rhoda e i suoi figli trovarono alloggio nelle cabine familiari all’estrema poppa della nave. Mentre i ragazzi andavano in giro ad esplorare l’enorme nave, Rhoda disfaceva i bagagli e sistemava la cabina. Rhoda fece conoscenza con le signore Amy Stanley, Emily Goldsmith e May Howard che avevano le cabine lì accanto. Il viaggio fu abbastanza tranquillo con i ragazzi che vagavano per i corridoi e i ponti della nave e Rhoda che passava il tempo conversando con le signore inglesi nelle cabine adiacenti.

Quella sera (14 aprile) la famiglia si era appena ritirata in cabina, quando furono svegliati da un improvviso sobbalzo e poi da un terribile stridio e raschiamento proveniente dal lato della nave. Immaginava che qualcosa non andava, ma i ragazzi la percepirono come un’avventura e pregarono la madre di salire sul ponte per scoprire cosa fosse successo. Preferendo la cautela, Rhoda rifiutò e disse ai ragazzi di aspettarla in cabina. Quando tornò, disse che uno steward le aveva detto che non c’era nulla di cui preoccuparsi e di tornare a dormire.
Con gran dispiacere, Rossmore ed Eugene, furono costretti a rientrare in cabina e tornare nelle cuccette.

Ma verso mezzanotte e un quarto, Rhoda e i ragazzi furono improvvisamente svegliati da uno steward che aprì la porta e gridò “tutti i passeggeri sul ponte con i giubbotti di salvataggio”. 

La reale gravità della situazione non fu percepita. Rhoda e i ragazzi si vestirono con disinvoltura e indossarono i giubbotti di salvataggio. Entrarono nel corridoio affollato e seguirono la catena umana che avanzava, passando attraverso una porta stagna aperta che dava su una scala che portava al ponte superiore. Si unirono a un folto gruppo di uomini, donne e bambini di terza classe nell’area del salone di seconda classe della nave nell’attesa di oltrepassare il cancello che li conduceva al Ponte. Solo le donne e i bambini sotto sorveglianza di alcuni membri dell’equipaggio potevano oltrepassare il cancello e in qualche modo Rhoda riuscì a farli passare.

Poi salirono su una scaletta d’acciaio che portava all’estremità di poppa del ponte della nave avanzando lentamente con cautela per non inciampare nelle corde e nei detriti abbandonati dalle precedenti operazioni di varo delle scialuppe di salvataggio. Nel frattempo, mentre il gruppo avanzava, l’ultimo razzo di soccorso fu lanciato dall’area del ponte della nave.

Finalmente raggiunsero una delle ultime scialuppe di salvataggio del Titanic, la Collapsible C, proprio mentre veniva caricata. Un gruppo di uomini dell’equipaggio incaricati di far salire le persone su questa scialuppa, l’ultima a essere varata dal lato di dritta della nave, aveva permesso l’accesso solo a donne e bambini. Rhoda guardò con ansia mentre le sue amiche (Emily e Frankie Goldsmith, May Howard, Sarah Roth, Emily Badman e Amy Stanley) venivano fatte entrare nella scialuppa. Visto che gli uomini non erano ammessi, lei sentiva in cuor suo che ai suoi amati figli sicuramente non gli sarebbe stato permesso di salire. Quando arrivò il suo turno, l’istinto materno prese il sopravvento e strinse i suoi figli a se e si mise in disparte sul ponte della barca.

Ma quando circa 25-28 fra donne e bambini salirono in barca, cinque membri dell’equipaggio furono fatti salire insieme al quartiermastro Rowe. Vedendo che c’erano ancora alcuni posti liberi,  Joseph Bruce Ismay e un altro passeggero di prima classe, William Carter, che aveva lasciato la sua famiglia sulla scialuppa 4, salirono e la barca fu calata in mare. Quindi la Abott a questo punto sarebbe potuta facilmente salire in quella barca con i suoi due figli.

Amy Stanley ricorda la tristezza che provò nel vedere Rhoda allontanarsi per restare con i figli e morire, se necessario, con loro. Il Gommone C strisciò lentamente lungo il fianco del Titanic fino alle acque scure dell’Atlantico intorno alle 2 del mattino, lasciando Rhoda, Rossmore ed Eugene in piedi sul ponte inclinato del Titanic con l’acqua del mare che si avvicinava sempre di più a loro.

Nel frattempo, un gruppo di uomini dell’equipaggio stava freneticamente cercando di varare il gommone A che si trovava sul tetto degli alloggi degli ufficiali. Le funi erano state rimosse e la barca stava per essere preparata per l’imbarco quando il Titanic all’improvviso si inabissò. I passeggeri e l’equipaggio in attesa di salire sul gommone A, compresi Rhoda e i suoi figli, furono spazzati via dal ponte all’istante.

La madre ebbe appena il tempo di stringere le mani dei figli prima che venissero travolti dal vortice creato dal transatlantico che affondava. Lottò per tenerli con sé, ma senza successo. Furono inghiottiti dal mare spietato. Lottando per la propria sopravvivenza e boccheggiando, Rhoda cercò invano di individuare i suoi figli nella massa di gente che la circondava nelle acque gelide. Intanto l’esplosione di una caldaia la sbalzò via. Proprio quando stava per arrendersi una mano le afferrò il braccio.

Fu tirata nel gommone A, che era quasi sommerso, con più di venti persone dentro o aggrappate ai braccioli.

In un’intervista rilasciata al Providence Daily Journal, Rhoda raccontò:

La barca si inclinò e tutti scivolammo in acqua. Molti di loro riuscirono a risalirci sopra e altri no. Io in qualche modo riuscii a salirci sopra, ma non so come. Fummo costretti a stare in piedi sulla barca in bilico per mantenere l’equilibrio per oltre sei ore con l’acqua fino alle ginocchia. Se non fosse stato per l’ufficiale Lowe, sarei morta. Ero esausta quando mi ha tirato sulla sua scialuppa di salvataggio. 

Con il passare delle ore l’ipotermia mieté le sue vittime. Coloro che morirono, uno dopo l’altro, pian piano vennero fatti scivolare in mare.

August Wennerstrom, uno degli occupanti del Collapsible, in seguito disse:

Non avevamo più la sensibilità. Se volevamo sapere se avevamo ancora le gambe, dovevamo toccare l’acqua con la mano“. L’unico movimento che facevamo era quando qualcuno perdeva la speranza e moriva, e lo buttavamo subito in mare per dare un po’ più di spazio ai vivi e allo stesso tempo alleggerire il peso della barca.

Quando finalmente l’ufficiale Lowe si avvicinò con la scialuppa di salvataggio 14, solo 13 persone erano rimaste in vita e Rhoda era una di loro.

Dopo che i sopravvissuti furono trasferiti sulla scialuppa 14, l’ufficiale Lowe lasciò il gommone A alla deriva con i morti a bordo.

Furono tutti tratti in salvo dal Carpathia.

Rhoda rimase delirante per gran parte del viaggio verso New York City, ma la sua amica Amy Stanley si prese cura di lei. Calmò e confortò una madre sconvolta che non riusciva a capacitarsi per la perdita dei suoi figli.  All’arrivo a New York, Rhoda fu trasportata all’ospedale St. Vincent di Manhattan dove fu una delle ultime sopravvissute a essere dimessa. A causa dell’esperienza sul Titanic, per il resto della sua vita soffrì di problemi respiratori e di gravi attacchi d’asma.

Il suo recupero dagli effetti dell’esperienza del Titanic fu molto lento. Quella brutta vicenda l’aveva lasciata fisicamente e mentalmente spossata e passò molti mesi a piangere i figli perduti. In una lettera scritta a Emily Goldsmith all’inizio del 1914, ricorda ancora i suoi figli.

Scrive…

Ho letto sui giornali che tempo terribile avete. Immagino che a Frank piaccia. So che al mio piccolo piaceva quando era vivo1. Ora ho la sua slitta che gli piaceva tanto, che sia benedetto il suo cuoricino. So che è al sicuro nelle mani di Dio, ma mi manca tanto”.

La sua vita sembrava essere giunta a un punto morto, la sua ragione di vita era finita.

Afflitta dall’ipertensione, soffrì di insufficienza cardiaca e morì il 18 febbraio 1946. 

  1. Il piccolo Eugene amava il mal tempo perché così poteva trascorre le giornate a scorrazzare sulla neve.
    Gli piaceva andare sulla slitta di legno che i suoi genitori gli avevano comprato.

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